Giocare “con” i pezzi e giocare “nei” pezzi.

 

Quarto turno del Campionato Sociale Capablanca 2005-2006. Serie C : dilettanti e principianti.

Questa volta mi tocca il nero. E il mio avversario quasi non lo vedo. E’ il più giovane che abbia mai incontrato.

 

Inizia la partita. Una minuscola mano “apre” d’alfiere. Rispondo d’alfiere, ma mi chiedo, tra me e me, se per caso l’alfiere bianco non si stia movendo da solo. Indago meglio e noto, guardando la scacchiera dall’alto della posizione del mio capo, che, sotto sotto, proprio a livello dei pezzi, ossia esattamente “dietro” a loro, ci sono due occhietti che spiano la partita, grazie ad un notevole sistema ottico di intensificazione dell’immagine. Mi rendo conto che il mio simpaticissimo avversario sta giocando come alla maniera della Partita di Marostica,  quasi “immaginando” mentalmente  il campo di battaglia perché  non riesce a vederlo come me, “dall’alto”.

 

La partita è arrivata al medio-gioco in modo equilibrato. Ci sono stati dei cambi che io ho accettato senza battere ciglio.

Io gioco “con” i pezzi. E i pezzi (tutto sommato) non sono niente per me. Pezzetti di legno e basta, utili per distrarmi un po’ e per esercitare la mente contro un inesorabile impigrimento specialmente di genere “pensionistico” (non a caso, per contrastare in qualche modo questo fastidioso ed inevitabile fenomeno d’età,  mi sono imposto di ri-diventare bambino e di imparare a giocare, come i bambini, un gioco che tutto sommato non conoscevo se non per averlo ammirato, con curioso interesse, quarant’anni fa, durante il servizio militare, senza mai più riprenderlo in seguito).

 

Ma per lui non è così. Lui è un “vero” bambino. Sento che sospira, sbuffa, si agita, oscilla il capo a destra e a sinistra. Gli cade spesso la penna per terra. Scrive, e cancella, e storce la bocca per scrivere meglio. Ora i suoi occhialetti emettono un riflesso dal lato del re arroccato-corto, ora invece un suo  sonoro sbuffo di fiato fa oscillare il cavallo di donna. C’è patos, altro che indifferenza. Lui non sta giocando “con” i pezzi, ma “nei” pezzi!

Sono incantato. Mi diverte più il guardare il bambino, che vorrei essere, anziché  il tentare di vincere la partita.

Perché, mi chiedo, non possiedo anch’io quell’entusiasmo che da fanciullo, probabilmente era pur mio? E quella sana e bella passione per le piccole cose dell’esistenza, perché non c’è più in me?

 

Mi faccio cogliere da un’improvvisa sottile, penetrante e pur istantanea malinconia.  Tanto che non riesco nemmeno a trascrivere l’ultima mossa. Non me la ricordo più. Ho un attimo d’imbarazzo.

 

E così subentra una mia svista di gioco. Una delle mie tipiche e distrazioni, tra le tante che contraddistinguono la mia attuale carriera di “scacchista in erba”, sessantenne. E pertanto resto solo con il re e qualche pedone. Non ho più nemmeno uno straccio di pezzo leggero su cui contare. Mentre il mio avversario dispone di un bel cavallo in più, anche se con un solo pedone in meno.

<<Ha ormai vinto>>, mi dico mentalmente, con ogni convinzione. E mi dispiace un po’. Non tanto di “perdere” ma di averlo deluso. Quasi che tutta la sua fatica (e la sua emozione) fosse risultata sproporzionata per così poco avversario.

Dovrei abbandonare, ma preferisco continuare. E’ troppo bello vederlo giocare, per smettere subito.

 

Fatalità, con un po’ di tecnicismo, in seguito arrivo in promozione con un mio pedone. Regina!

Quindi, ad uno ad uno “faccio fuori” tutti i pezzi dell’avversario. Ed il suo re bianco rimane, così, solo ed impaurito, al centro della scacchiera, a ridosso della moltitudine dei miei  trionfanti pedoni neri. Dovrei trionfare anch’io dell’esito incredibilmente positivo della battaglia del Nero ma in realtà rimango intimamente  perplesso perché mi rendo conto che, ad ogni pedone catturato, toglievo una specie di “pezzo d’anima” al mio piccolo ed occasionale compagno di viaggio.

Che fare? Non lo so: non me la sento proprio di dare il matto subito. E decido di temporeggiare. <<Che fretta c’è?>>, mi dico. Così, con il pedone di torre in promozione mi procuro un’altra regina,… tanto per fare qualcosa di diverso dalla solita e troppo spietata manovra di cattura del re che occorrerebbe invece iniziare, per soddisfare appieno la scienza scacchistica. Quindi muovo e temporeggio: seconda regina! Rovescio una torre e la pongo sul luogo di promozione dell’ultimo mio pedone andato a donna, visto che non disponiamo di altre regine nere, per l’occasione. Dopo farò qualcos’altro, penso, per trascorrere qualche ulteriore  minuto di gioco.

 

Ma che cosa succede nel frattempo? 

 

Il mio avversario per la prima volta si alza in piedi. Improvvisamente. Di scatto e con impeto travolgente. Come elettrizzato per una celeste ed intensissima rivelazione.

Posso vederlo  tutto intero, e finalmente e per la prima volta e  per gran parte, addirittura “sopra” il livello della scacchiera! E’ bianco in volto. Poi diviene rosso. Eppoi, per fortuna,  roseo. Poi, ancora, vedo che si illumina d’un sorriso incredibilmente solare. Indescrivibile: un momento che sa di eternità!

 

Sta tentando di dirmi con cenni di mano qualcosa d’importante che io però, preoccupato e quasi frastornato dall’insolita e animatissima scena , non intuisco affatto.

Allora “lui” deglutisce un paio di volte e poi finalmente mi dice una parola sola: <<stallo!>>.

 

Per la prima volta la Vita mi aveva concesso di giocare davvero, “personalmente”, con un Re-bianco, in carne ed ossa.  E solo allora, felicissimo, me ne resi conto.

 

Che onore!